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Il modello Benenzon

Teoria del modello

Modello Benenzon

Nella definizione di Benenzon “la musicoterapia è una tecnica psicoterapica che produce un vincolo, una relazione tra terapeuta e paziente o gruppo, utilizzando il corpo, lo strumento, la musica ed il suono, finalizzata alla riabilitazione, al recupero, al miglioramento della qualità della vita del paziente”.

Il modello si fonda su alcuni presupposti concettuali e su basi teoriche, tra cui la teoria psicoanalitica Freudiana, la teoria dell’oggetto transizionale di D.W.Winnicott , i concetti di comunicazione analogica e digitale di P.Watzlawick, le teorie di C.G. Jung, la prossemica di E.Hall ed altri ancora.

Il principio dell’ISO

Il principio dell’ISO è il concetto cardine del modello, elaborato partendo dalle osservazioni sui disturbi dell’umore di I. M. Altshuler.
ISO significa Identità Sonora, cioè l’insieme delle energie sonore che caratterizzano ogni individuo. Queste, in gran parte inconsce, sono dinamiche e tendono perciò ad evolvere continuamente, in un processo di trasformazione.

L’ISO riassume in sé le energie sonore insite nel nostro patrimonio genetico e quelle che derivano dalle nostre esperienze corporo – sonoro – non verbali, a partire dai primi mesi di gestazione e per tutto il periodo della nostra vita.

Riferendoci alla teoria topografica di Freud, Benenzon individua nell’inconscio l’ISO universale: in esso sono presenti tutti i fenomeni sonori comuni agli esseri umani: il battito cardiaco, il suono del respiro, i suoni della natura, la scala pentatonica (che è infatti presente nelle ninna – nanne cantate in ogni parte del mondo). Sempre nell’inconscio troviamo quella parte di energia sonora detta ISO gestaltico. Essa va a caratterizzare il singolo individuo ed è costituita dagli elementi acquisiti durante la vita fetale. Durante la gestazione infatti il feto assorbe stimoli sonori sia provenienti dal corpo materno, sia da questo filtrati: tali stimoli sono percepiti dal feto attraverso un sistema che non è ancora in grado di discriminare e che perciò viene appunto definito “percezione globale”, da cui il riferimento alla teoria della Gestalt. Ad un livello più superficiale, preconscio, Benenzon colloca l’ISO culturale, che è costituito dalle esperienze corporo – sonoro – non verbali che ognuno vive dal momento del parto in poi. Tutte queste energie, come già detto, appaiono in continuo movimento e tendono a scaricarsi nel conscio, protetto da “filtri” che ne impediscono l’emergere incontrollato.

Nel momento in cui si stabilisce una relazione tra due individui (e con essa un vincolo) si costituisce quello che viene definito l’ISO in interazione, così chiamato perché costituito dall’interazione delle energie di due o più persone (in quest’ultimo caso si parla di ISO gruppale). Correlato all’ISO in interazione è l’ISO complementare, che appare e scompare quotidianamente, in accordo con lo stato d’animo dell’individuo e delle relazioni che stabilisce con gli altri.
Infine si intende per ISO ambientale l’insieme delle energie sonore che caratterizzano l’ambiente in cui si vive.

L’interazione tra due persone avviene attraverso la scarica di energie nello spazio vincolare in cui l’oggetto intermediario funge da tramite. Nel caso che l’interazione avvenga tra più persone l’oggetto è definito integratore.

Il corpo della madre è il primo oggetto intermediario di comunicazione.
Tuttavia non sempre uno strumento (che può anche essere un oggetto o una parte del corpo) viene utilizzato come intermediario. A volte può essere “avvolto dalla persona” come fosse una cisti (oggetto incistato) o una parte di sé (incorporato). Può essere utilizzato per esplorarne i suoni o le caratteristiche (sperimentale), per creare una barriera tra sé e gli altri (difensivo) o ancora per scaricare energia e tensione (catartico). Nel corso della seduta una persona potrà utilizzare l’oggetto in tutti questi modi, o in qualcuno di essi. Ma solo nel momento in cui si creeranno canali di comunicazione si potrà parlare di strumento intermediario.

Partendo da questi concetti teorici R. Benenzon ha sviluppato una tecnica musicoterapica finalizzata a favorire la comunicazione tra individui ed a stimolare relazioni in un contesto strutturato.

Le sedute di musicoterapia si svolgono in un contesto “non – verbale”, in cui si cerca il più possibile di preservare la “sacralità” del luogo dalle “contaminazioni esterne”, evitando l’uso della parola se non come espressione vocale.

Lo spazio “fisico” (definito setting) è strutturato, diventando parte della “consegna non – verbale”. Le caratteristiche del setting suggerite da Benenzon comprendono l’isolamento acustico, le dimensioni non troppo ampie della stanza, il pavimento di legno e pareti neutre e prive di arredi, in quanto ogni elemento presente costituisce un oggetto utilizzabile. E’ possibile utilizzare anche setting esterni,quali ambienti naturali, o piscine. Ogni terapeuta organizza il proprio setting con strumenti che dovrebbero appartenere alle quattro classi secondo Sachs (idiofoni, membranofoni, cordofoni e aerofoni): potrà utilizzare strumenti tradizionali, ma anche oggetti di uso quotidiano o auto costruiti, senza scordare che il nostro corpo è il primo strumento che abbiamo a disposizione. L’insieme degli strumenti del musicoterapeuta viene definito GOS (Gruppo operativo strumentale). Il terapeuta dovrà privilegiare strumenti semplici da manipolare, non taglienti o potenzialmente pericolosi, costruiti con materiali “caldi” , naturali, evitando quanto più possibile strumenti elettronici. Particolarmente utili, in quanto fortemente favorenti la regressione, sono gli strumenti ad acqua (quali ad es. le clessidre).

L’altro elemento fondamentale è il tempo, senza il quale non vi può essere la musica. Benenzon considera fondamentale non tanto il tempo Cronologico (misurato attraverso gli strumenti) quanto quelli Biologico (il nostro tempo interiore) e di latenza (che esprime il tempo intercorso tra stimolo e risposta). Nel corso della seduta l’interazione tra il terapeuta ed il paziente porteranno alla creazione di un tempo condiviso, il tempo terapeutico.

In ogni seduta il musicoterapeuta dovrà compiere una serie di passaggi definiti “i 15 Passi“, ognuno dei quali riveste un significato importante. Tra questi vi è la compilazione dei protocolli, strumenti di lavoro indispensabili per registrare non soltanto quanto accaduto in seduta ma anche vissuti, stati d’animo, aspettative e riflessioni del musicoterapeuta.

A differenza di altri modelli il suono e la musica non sono centrali, ma costituiscono un tramite che facilita la comunicazione tra due o più persone. L’individuo rimane il focus dell’intervento, ed il lavoro del musicoterapeuta (e del co – terapeuta, con la funzione di supporto) dovrà tener conto delle dinamiche che si svilupperanno all’interno della seduta, che sono le stesse che si osservano in una seduta di psicoterapia. Tra queste si potranno sempre osservare i fenomeni del transfert e controtransfert che riconducono alla teoria psicodinamica. Per questo il modello Benenzon sempre più viene accostato alla psicoterapia.

Per lo stesso motivo, al fine di riflettere ed essere aiutati ad osservarsi in una complessa situazione dinamica relazionale, rielaborare i propri vissuti e confrontarsi rispetto alle difficoltà emerse, grande importanza viene attribuita alla Supervisione, che dovrà essere costante ed accompagnare il musicoterapeuta lungo tutto il suo percorso professionale.
E’ infine da sottolineare che il Modello Benenzon stesso ha la caratteristica della dinamicità ed è in continua evoluzione, grazie alla formazione continua ed al confronto costante tra Benenzon, i magister e tutti coloro che applicano il modello in diversi ambiti: dalla prevenzione primaria alle patologie dello sviluppo, dalle patologie psichiatriche dell’adulto agli anziani con problemi di demenza, dagli stati di coma a m. di Parkinson e così via.

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