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Musicoterapia in Gravidanza

Musicoterapia in Gravidanza

di Cinzia Manfredi

Sono ormai numerosi gli studi che rilevano l’importanza della prima parte della nostra vita, quella in utero.
Tra questi possiamo annoverare quelli del prof. Rolando Benenzon, una delle massime autorità della musicoterapia nel mondo, il quale rileva l’importanza della comunicazione intrauterina madre-feto.

Alla base del suo modello terapeutico troviamo il concetto d’ISO, vale a dire: l’insieme infinito delle energie sonore, acustiche e di movimento che appartengono ad un individuo e che lo caratterizzano dal
momento del concepimento fino ad oggi. Si tratta quindi di una struttura complessa, soggettiva, unica e in continua evoluzione. Il compito del musicoterapeuta è di aiutare a comporre e riconoscere questa mappa sonora in un contesto non-verbale. E’ fondamentale nella relazione musicoterapeuta-paziente
trovare un oggetto-intermediario, in altre parole uno strumento di comunicazione da vedersi come prolungamento del soggetto, per stabilire una relazione molto intima ma che non crei stati d’allarme. Gli strumenti musicali, il corpo, la voce e i suoni da essi prodotti sono gli oggetti-intermediari
utilizzabili.

Veniamo allo specifico della musicoterapia in gravidanza. La relazione madre-feto si sviluppa in un ambito non verbale fin dal momento del concepimento. Il mio obiettivo è di far sì che la comunicazione tra loro inizi da questo momento, in modo che la nascita del bambino non sia l’inizio di un rapporto, ma la sua continuazione. E’ quindi importante cominciare le sedute dal quando la mamma sa di essere incinta, o forse da quando pensa di volere un figlio. All’inizio il feto è raggiunto da sensazioni
vibratorie e del movimento, quali il battito cardiaco proprio e della madre, la respirazione, i rumori intestinali, il liquido amniotico, tutte percepite a livello sensoriale di vibrazione, corporeo, non uditivo.

In tutti i casi che ho seguito le mamme hanno riscontrato come i bambini abbiano riconosciuto fin dalla nascita le ninna nanne, gli strumenti e i movimenti proposti durante il trattamento. Sempre, quelli preferiti dalle mamme e usati come oggetto-intermediario durante la gravidanza sono quelli che si trasformano in oggetto-intermediario tra mamma e bambino dopo la nascita. Possiamo quindi affermare che il feto percepisce e acquisisce non solo le vibrazioni a livello corporeo e acustico, ma anche le emozioni trasmesse dalla mamma. Chiaramente l’embrione non rimane indifferente agli stimoli che avverte, ma risponde in modo chiaro e differenziato così che lavorando su questi elementi si crea il dialogo non-verbale tra madre e figlio. Questo consente alla mamma di capire già molti aspetti della personalità del bambino e di instaurare con lui un dialogo.

E’ importante continuare le sedute anche dopo il parto, per almeno i primi sei mesi. In questa fase il primo oggetto-intermediario è il corpo della madre: la sua voce, i movimenti del corpo, l’odore della pelle, il contatto tra i due corpi. Già in questa fase il bambino dimostra di riconoscere i suoni e i rumori ascoltati in utero ponendovi maggiore attenzione, altri possono lasciarlo indifferente o innervosirlo; si calma più facilmente se appoggiato sul lato sinistro del corpo della mamma dove può percepire il battito cardiaco; smette per un attimo di succhiare se sente una melodia conosciuta; si addormenta facilmente se la mamma canta le ninne nanne usate durante la gravidanza.

Questi elementi sono importanti anche per la figura paterna perché le permettono di osservare e capire molte cose e di inserirsi in questa relazione con i propri oggetti intermediari che sono sicuramente consoni e appropriati avendo avuto la possibilità di capire preventivamente le preferenze del bambino.

In seguito, quando il bambino inizia ad esplorare autonomamente gli strumenti si modifica l’oggetto intermediario, non è più il corpo della madre, ma altri oggetti che anche lui propone.

Ho avuto modo di osservare che i bambini crescendo non hanno vissuto in modo problematico il distacco dalla mamma, né verso gli otto mesi, né quando la mamma è tornata a lavorare poiché ambedue sono sicuri di un rapporto saldo ed equilibrato.Vorrei ora presentare un caso per poter meglio chiarire questi concetti.

Il percorso inizia con un’intervista in cui compilo una scheda anamnestica della gestante riguardante la sua storia sonoro-musicale. Quando possibile questa si estende alla mamma per avere elementi che la donna non può ricordare, come ad esempio ricordi della gravidanza, suoni e rumori della prima infanzia, ecc. Dopo quest’indagine posso già identificare alcuni suoni e rumori che possono essere graditi o no, e questi dati mi saranno utile per la comprensione d’altri elementi che si verificheranno durante il percorso.

S’inizia successivamente con le sedute. Nel setting abbiamo al centro della stanza alcuni strumenti musicali, quali: xilofoni (basso), metallofoni (contralto), tamburi (tmb e tp), idiofoni (piatto, ocean drum, palo della pioggia, ovetti), cordofoni, aerofoni, strumenti che vuole portare la paziente (un ocean drum di pelle naturale); musiche registrate e ultimo in ordine, ma primo come importanza il corpo (voce, percussione delle mani, delle gambe, battito dei piedi).

Nel caso di R fin dalla prima seduta (14° settimana di gravidanza) è riemerso un vissuto che pensava di aver superato, un’interruzione volontaria di gravidanza effettuata alcuni anni prima. Questo ha riaperto
una ferita profonda e creato una certa resistenza nel proseguire gli incontri. Tutto ciò era evidente nella postura di R, chiusa, rigida e sempre seduta a terra. Nella seconda seduta ha verbalizzato quanto vissuto nell’incontro precedente. Ha subito identificato una melodia sul metallofono contralto
che possiamo considerare una “colonna sonora”.

Dalla quinta seduta la postura migliora, tende le braccia, usa due mani anziché una, è meno chiusa, si mette in ginocchio, la produzione musicale è più definita ritmicamente, utilizza di solito un ritmo binario mentre finora c’era stato un continuo passaggio dal binario al ternario. Rimane ancora a terra, ruotando però su se stessa.
Mancano ancora il movimento e la voce. Sono questi due strumenti difficili da usare in quanto molto intimi e regressivi. Sembra assurdo visto che usiamo la voce e il corpo per comunicare, ma se vi chiedessi di cantare e ballare probabilmente incontrerei una certa resistenza e molti farebbero di tutto
per nascondersi.

All’ottava seduta la pulsazione è sempre più chiara e con una personalità precisa. Abbiamo un bellissimo dialogo, molto tribale sui tamburi che R ha definito “propiziatorio”, voglio sottolineare come la pulsazione sia passata da 80 a 140 battiti al minuto (battito cardiaco fetale).

Alla nona seduta dimentica il suo strumento nell’ingresso e verbalizza di averlo anche dimenticato a casa.

Dopo il parto abbiamo proseguito le sedute con la bambina che ha dimostrato di gradire particolarmente i sonagli appesi, il metallofono contralto e il palo della pioggia. Non a caso gli stessi che durante la gravidanza sono stati i messaggeri d’emozioni positive. Spesso si è addormentata durante le sedute. Decisamente buona risulta la manipolazione e l’esplorazione degli strumenti e della sua voce. R ha imparato a non sostituirsi a M quando esplora gli strumenti, a non voler pilotare le sue scelte, a capire che il suo pianto non è fame né sonno, ma protesta. Quindi osserva aspettando eventuali sue richieste, aiutandola in caso di difficoltà e aspettando il proprio turno. A quattro mesi l’attenzione di M è già di 35 minuti consecutivi. La mamma ha poco per volta incrementato l’uso della voce e in parte del corpo. Chiaramente hanno ancora molto da imparare una dell’altra, ma sicuramente hanno posto delle buone basi per il loro cammino.

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